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Focus On Alessandro Calabrese
ARTSLIFE Intervista a Alessandro Calabrese

L’aria sospesa, gli spazi dilatati, i silenzi, il fluire sordo del tempo. L’attesa pervasa di un chiarore surreale e indefinito che scandisce le vite della quarantena. Abbiamo chiesto a una serie di artisti di raccontarci lo scorrere del tempo dalle proprie case, trasformate in temporanei atelier. La vita di un artista ai tempi della pandemia.
Come passi la giornata, dove e come dipingi ora?
Passo le mie giornate prendendomi per lo più cura della casa, vivendoci davvero tutto il giorno mi sono reso conto di quanto tempo richieda. Mi rilassa fare cose manuali, de-pensare un po’. Sto imparando a cucinare qualcosa di sensato (come tutti in questo periodo mi sono cimentato nella produzione di panificati mal riusciti), a far sopravvivere le piante, a montare mensole dritte, cose così…e poi l’immancabile e quotidiano aperitivo sul mio piccolo balconcino che fortunatamente ho e che finora, se non altro, ha preso sole praticamente ogni giorno di quarantena.
Lavoro sempre in salotto, che da gennaio è anche il mio studio, seduto alla scrivania se devo davvero produrre qualcosa, altrimenti sul divano. Sto facendo ricerca, un po’ perché il progetto che sto portando avanti ne richiede molta, un po’ perché non ho tante alternative. Ho comprato una stampante così posso rendere fisiche, almeno su carta, le idee accumulate in questi ultimi mesi, già dall’ultimo ciclo in residenza in Viafarini.
Provo a farla semplice, anche perché non ho ancora messo del tutto a fuoco il progetto, una cosa è certa però, ovvero che (al momento) si intitola “I Just Called to Say I Love You”.
Il mio tentativo è quello di riflettere sul rapporto tra i concetti di empatia e ironia nella società contemporanea, usando come caso studio di partenza, direi quasi come sineddoche, la tragedia del 9/11 negli Stati Uniti, ultimo grande evento dell’era postmoderna. Al momento esiste soltanto una sorta di dossier/librino di appunti. Inizialmente mi ero dato fino all’anno prossimo per lavorarci, sfruttando mentalmente la coincidenza dell’anniversario ventennale, ma era una decisione del tutto arbitraria e poco giustificabile. Il caso ha invece voluto che ora, con questo nuovo maxi evento legato al COVID-19, lo stop mi venga imposto in modo molto preciso da un punto di vista concettuale. Ovvero potrò far coincidere questo progetto con un’analisi degli eventi racchiusi nell’intervallo di tempo tra queste due grandi catastrofi, molto simili per alcune istanze e diametralmente opposte per altre. A quanto pare ogni secolo ha il suo ventennio.
Tempo, Spazio, Suono. Concetti ricalibrati, relativi, riformulati…
Per prima cosa, pensavo sarei stato più produttivo. Per il resto, dal punto di vista del quotidiano per me non è cambiato poi molto, in questi anni milanesi ho vissuto tanto all’interno delle mie quattro mura, in disparte, quindi tutto questo per certi versi, soprattutto quello del suono, mi sembra solo una domenica come tante altre, certo lunghissima.
Mi piacciono le domeniche perché, più che essere io a non fare nulla, sono gli altri a fermarsi, cosa che mi toglie molta ansia di dosso. Chiaramente parlo da un punto di vista personale, se invece penso alla collettività e tutto quello che ne consegue, ovviamente, non posso che essere piuttosto preoccupato perché la situazione pare decisamente drammatica. Credo sia troppo presto per fare delle ipotesi sul dopo, ma non per prepararsi a qualsiasi scenario ci troveremo parato davanti una volta superata questa situazione. Una cosa è certa, purtroppo non sono del partito di quelli che pensano ne usciremo persone migliori. Installation view Studio 2020
Leggere, scrivere, riflettere, altro…
Leggo per lo più romanzi (è il mio momento Thomas Pynchon), guardo più film che serie tv (questo mi preoccupa), annoto buffe riflessioni da quarantena che cerco di non postare su Facebook e chiamo più o meno un amico al giorno (anche questo piuttosto strano per me che normalmente non riesco a stare al telefono).Quello che non è cambiato è che continuo ad insegnare, online al momento, ed è l’unica cosa che continua a darmi una parvenza di normalità e contatto col mondo.
Prima cosa che farai quando finisce la quarantena?
Banale ma necessario, andrò a trovare la mia famiglia in Trentino. Poi altri amici in giro per l’Italia, insomma cercherò di stare lontano dalla città per un po’, se possibile.



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